Le funzioni psicologiche della bugia

Da dove viene la sofferenza psicologica

All’ordine del giorno degli ingarbugli interpersonali, declinata nelle modalità più disparate, sia per tipologia che per frequenza d’uso, c’è la bugia, protagonista delle rappresentazioni più creative e oggetto di studio e discussione in quasi ogni ambito umano.
Perché la nostra psiche avverte la necessità di nascondersi dietro ad una realtà fasulla? Qual è la soglia oltre la quale la bugia diventa il sintomo di una disfunzionalità nel rapporto con gli altri e, ancor di più, una patologia a cui prestare seria attenzione?

La bugia intesa come strategia, consapevole e deliberata, di alterare la realtà a proprio favore, è conosciuta da tutti come uno strumento a cui ricorrere quando le complicazioni della vita rendono necessarie modalità relazionali aggiustate a misura dei bisogni e delle esigenze personali. Di solito la bugia è poco accettata socialmente, considerata amorale e disfunzionale, benché nessuno se ne possa considerare completamente immune.

In infanzia e in adolescenza gli aspetti difensivi delle bugie sono di solito più comprensibili e, a meno che il loro uso non raggiunga livelli eccessivi, solitamente destano preoccupazioni che si confinano alla sfera educativa.

In un certo senso, quindi, c’è un aspetto fisiologico della bugia che, per quanto riprovevole, si legge in ottica di difficoltà a fare i conti con le fatiche del vivere, di facoltà ad accorciarsi la strada in favore di maggiori comodità e ad evitare di guardare a se stessi in maniera matura ed autocritica, come ad esempio riconoscere di aver sbagliato, assumersi delle responsabilità e aderire ad una coerenza interna.

In ambito psicologico esiste un concetto che ben esprime un aspetto più profondo della tematica e il cui approfondimento gli ha dato sistematicità e rilevanza clinica. Si tratta di un processo più serio e problematico, indice di malessere e sofferenza psichica. Si parla di diniego della realtà, un termine che sta ad indicare un atteggiamento difensivo e che può avere diversi livelli di consapevolezza-inconsapevolezza. Il diniego sta ad indicare la tendenza a occultare, nascondere aspetti di sé o della realtà, considerati inaccettabili e intollerabili. Fu un concetto di pertinenza psicoanalitica, introdotto da Freud (1925) che lo distinse da quello di negazione, quest’ultimo maggiormente rivolto alla tendenza a negare un sentimento più che parti di realtà o di sé. 

Come funziona il diniego

È necessario premettere che il dolore, la frustrazione e l’impossibilità di gratificare bisogni, non  sono fattori gestiti da tutti allo stesso modo. Il rapporto che ognuno di noi ha con le emozioni è  assolutamente unico, individuale e soggettivo. Quando la soglia soggettiva di tollerabilità di un  determinato affetto viene raggiunta, nella mente possono scattare diverse strade difensive, le  quali vanno a protezione di un pericolo sentito come eccessivo e poco controllabile. In sostanza  succede che quella parte di sé, o della realtà, avvertita come minacciosa, non ha un’esistenza ammissibile e quindi di fatto deve essere riadattata in modo che aumenti il livello di sicurezza personale.

La visione delle cose si riadatta in base al nuovo dato e si crea una nuova versione di realtà. Il livello di consapevolezza può andare da una lieve sensazione di incongruenza a una totale inconsapevolezza unita a un’adesione assoluta ai nuovi pensieri.
Il diniego è un aspetto che toglie integrazione e coerenza alla psiche. Ha un impatto disorganizzante sui comportamenti ed è spesso fonte di problemi e crisi nelle relazioni. Può essere percepito come una manipolazione, una distorsione, una menzogna, ed essere valutato come moralmente inaccettabile.


Dr.ssa Paola Guerreschi
Psicologa Psicoterapeuta a Brescia

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